Vampiri

Le origini

L’origine del mito del vampiro ha radici antichissime.

Un morto che torna nel mondo dei vivi, è questa l’essenza della leggenda.

La parola “vampiro” sembra sia nata nell’Europa balcanica; in particolare dovrebbe essere la fusione del vocabolo lituano “wempti” (bere) con quello turco “uber” (essere demoniaco), da cui “demone che beve”.

L’origine del concetto di Vampiro, invece, si perde nella notte dei tempi; addirittura nelle necropoli preistoriche sono state trovate grosse pietre piantate sui corpi dei morti (forse per impedire loro di tornare dall’aldilà?).

La testimonianza più antica si trova in una tavoletta babilonese conservata apriBritish Museum. Questa contiene una formula magica che pare serva a proteggersi dagli Etimmé, demoni notturni succhiatori di sangue.

L’Aluka (letteralmente “succhiatore di sangue”) era, invece, temuto dagli antichi ebrei; la tradizione vuole che assalisse i viandanti nel deserto.

Il mito di Lilith, che secondo la tradizione ebraica è stata la prima e malvagia moglie di Adamo, deriva da quello del demone assiro del genere “Succubus” (variante femminile del genere “Incubus”); questa, golosa del seme umano, si dice che entri di notte nel letto degli uomini e li prosciughi (letteralmente) di ogni forza. Lilith, invece, è specializzata nel succhiare sangue solo ai bambini. La leggenda vuole che, se un bambino ride durante il sonno, sta giocando con Lilith e per salvarlo occorre dire (in ebraico): “Adamo, Eva, fuori Lilith!”.

Le religioni pagane prima dell’avvento del cristianesimo consideravano la morte come un mondo simile alla vita: si credeva, infatti, che il defunto continuasse la propria esistenza in maniera molto simile a quella appena lasciata, per questa ragione venivano collocati vicino al cadavere quegli oggetti (provviste o armi) di cui poteva aver bisogno.

C’era anche la credenza che il morto si allontanasse malvolentieri dai propri cari, per questa ragione se ne temeva il ritorno, soprattutto dei morti vergini o di “morte violenta”. Non è difficile infatti immaginare che questi avessero maggior desiderio (rispetto agli altri morti) di tornare per completare le azioni lasciate incompiute.

Alcuni popoli antichi per assicurarsi il riposo eterno dei morti, avevano l’usanza di disseppellire i cadaveri ad intervalli regolari di qualche anno: nel caso in cui i corpi non si trovavano nello stato di decomposizione aspettato, allora venivano impalati o bruciati.

Nel corso dei secoli sono state rinvenute numerose testimonianze di epidemie vampiriche, fino agli inizi del novecento.

Nel XII secolo in Inghilterra venne bruciato il corpo di quello che si riteneva essere un Vampiro. Nel secolo successivo alcuni documenti attribuiscono ad un vampiro la colpa di una pestilenza; pare, inoltre, che un uomo (morto assassinato) si aggirasse in Danimarca perpetrando stragi, il suo corpo fu esumato, decapitato e trafitto al cuore e la moria effettivamente terminò…

Nel periodo che va dalla seconda metà del ‘600 fino al termine del ‘700 si ha un incredibile aumento di documenti a testimonianza di fenomeni di vampirismo soprattutto nell’Europa sud orientale: Moravia, Istria, Grecia, Prussia, Valacchia, Ungheria, Slesia, Russia.. In Serbia addirittura un intero villaggio fu preso d’assalto da un’orda di vampiri e gli abitanti vennero sterminati senza pietà.

È in questo periodo che incontriamo per la prima volta la parola “Vampiro”: Moravia, anno 1725, documenti riportano che un cadavere non poteva trovare pace a causa di una evidente “Vampertione infecta”.

Col passare del tempo il fenomeno diminuì sensibilmente, ma bisognò aspettare la metà del 1800 affinché in Inghilterra il Parlamento decidesse di abrogare la legge che imponeva di trafiggere il cuore di tutti i suicidi e altri morti “sospetti”. Curiosamente una legge simile è rimasta in vigore fino agli inizi del ‘900 nello Stato americano del Rhode Island: unico luogo degli Stati Uniti in cui sia stata riportata un’infezione vampirica (nel XVIII secolo).

Col passare degli anni si parlò sempre meno di epidemie di vampirismo, sono riportati solo casi localizzati e circoscritti a piccoli villaggi o città. Tuttavia ancora nel 1900, in Transilvania, un castello fu dato interamente alle fiamme. Sempre nell’Europa dell’est, in un luogo non meglio precisato, a seguito dell’aumento improvviso di morti di uomini e animali si decise di aprire la tomba del “presunto” autore del massacro: il cadavere era in perfetto stato di conservazione. Venne quindi eretta una palizzata attorno alla tomba, ma il rimedio si rivelò inutile. Si decise infine di esumare nuovamente il corpo, ancora intatto, e di bruciarlo: il Vampiro scomparve.

L’Italia sembra non essere mai stata colpita da queste epidemie, ma nel mondo cristiano in genere è facile trovare testimonianze riguardanti fenomeni di vampirismo (Francia e Germania soprattutto).

I pontefici, dal seicento in poi, tentarono di porre rimedio bollando queste notizie come credenze popolari. Ma, soprattutto a causa delle condizioni di ignoranza in cui vivevano le popolazioni contadine, questo rimedio ebbe effetto solo tra i fedeli colti e molti preti di provincia continuarono a credere nei vampiri e a tramandare questa convinzione nel popolo.

In molti casi furono loro stessi, non senza l’appoggio dei magistrati locali, a compiere rituali di impalamento ai danni dei cadaveri ritenuti vittime di vampirismo. Prima però veniva svolto un vero e proprio processo: i familiari, i compaesani e il parroco del defunto erano portati a testimoniare davanti ai magistrati. Se, poi, il cadavere manifestava qualche sintomo anomalo (mancata rigidità, mancata putrefazione ecc.) i magistrati ne autorizzavano la decapitazione, il trapasso del cuore con un paletto di frassino e, in alcuni casi, la cremazione.

Di tutte le caratteristiche della vita degli uomini che si pensava sopravvivessero al trapasso, due lo erano in particolare: sesso e alimentazione.

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